L’arte di mettersi in discussione

Oggi mi sono ritrovata a riflettere sul fatto di non dare mai le proprie conoscenze per certe e di mettersi sempre in discussione. Questo vale per tutti i campi, ma in questo caso particolare mi riferisco al mondo della cosmesi fai da te. 

Ci sono molte persone nella comunità degli “spignattatori” (termine che tra l’altro a me non piace, la fa sembrare un’attività culinaria) che non mettono mai in discussione le fonti da cui imparano. Non pensano mai di potersi ancora migliorare e non si chiedono mai se diverso significa necessariamente sbagliato. Quando queste persone vedono una formulazione che sembra andare fuori da certi dogmi – pur non essendo pericolosa e pur stando in piedi benissimo – quella formulazione diventa automaticamente “sbagliata, senza senso, senza progetto, devi studiare (=devi imparare a memoria le ricette della “bibbia” perchè this is the way (cit.))”. 

Un tempo ero anche io così: quando studiavo all’università, siccome studiavo chimica farmaceutica pensavo che le mie conoscenze fossero intoccabili, assolute e non migliorabili più di così. Se vedevo qualcuno su internet consigliare una formula strampalata, per me quel qualcuno diventava automaticamente un presuntuoso ignorante che si permetteva di toccare la MIA materia, quella che lui non poteva assolutamente conoscere quanto me perchè non era un mio compagno di corso, non sedeva lì nella stessa stanza con me ad ascoltare il prof di tecnologia farmaceutica spiegarci come si fanno le compresse. Non meritava di essere aiutato o di ricevere qualche spiegazione, no, meritava solo uno stizzito “studia, prima di permetterti di rivolgermi la parola su questo argomento, oppure lascia perdere”.

L’esperienza da ricercatrice ha cambiato parecchio questo mio punto di vista e ho capito principalmente tre cose:

(1) di non sapere niente neanche dopo 10 anni di ambiente accademico. Nemmeno del campo in cui sono specializzata. No, nemmeno di nanoparticelle. La scienza è una realtà con mille sfaccettature, puoi essere specializzatissimo ma ci sarà sempre qualcuno che conosce la materia meglio di te oppure ne conosce degli aspetti che tu ignori perchè ti sei concentrato su altri. Inoltre è in continua evoluzione: non puoi distrarti un attimo, che qualcuno dall’altra parte del mondo ha già dimostrato che la procedura che segui tu è obsoleta. Per questo è importante mettersi sempre in discussione, aprire la mente verso chi fa le cose diversamente ed essere pronti a implementare il proprio modo di fare accogliendo nuovi spunti.

(2) che un articolo scientifico non fa la scienza: ne servono decine e su giornali di un certo calibro, prima di arrivare a una verità assoluta e a qualcosa che si può dire “si deve fare così, tutto il resto è sbagliato”. Se questo vale per la scienza “vera”, quella che si fa in laboratorio, va da sè che vale ancora di più nella cosmesi fai da te. Con questo non voglio dire che la chimica cosmetica non sia una scienza e che non ci siano delle “regole”: è chimica, le regole ci sono eccome. Che se non metti l’emulsionante la crema non stia in piedi, è un’evidenza sperimentale ben comprovata (e non certo da chi fa i dogmi dello spignatto, ci sono anni di tecnologia farmaceutica dietro). Che se non metti il conservante la crema prenda vita, pure. Che il tale ingrediente messo insieme a quell’altro precipiti, è vero per tutti. Ma nel mondo dello spignatto italiano ci sono anche cose che vengono prese per vere alla pari della crema senza emulsionante che non sta in piedi, quando in realtà sono state osservate da una persona sola e non in condizioni da laboratorio. 

(3) che anche chi ha studiato tantissimo ha bisogno di essere preso per mano quando deve mettere in pratica ciò che ha studiato. Credo che la maggior parte degli esperti che rimandano tutti a studiare non abbia mai avuto un tesista da seguire. Io li ho avuti, alcuni li seguivo direttamente io, altri erano “proprietà” dei miei colleghi e li vedevo da vicino. Gente con la media del 30. Gente che aveva studiato tutto e si ricordava la teoria e la chimica molto meglio di me che la mettevo in pratica. Ma quando veniva il momento di stare in laboratorio e fare un protocollo sperimentale, era come se anziché chimica farmaceutica avessero studiato giurisprudenza fino al giorno prima. Ma anche davanti agli strafalcioni peggiori, da insegnante o persona esperta che deve aiutare chi è alle prime armi non puoi sempre cavartela rimandando tutti sui libri: a un certo punto devi o spiegargli dove stanno sbagliando, o farli volare da soli e fargli sbattere la testa sugli errori del principiante. Per diventare dei bravi sperimentali è fondamentale fare errori e toccarli con mano, e chi si occupa di insegnare a un certo punto deve limitarsi ad assicurarsi che le idee strampalate dell’allievo non lo portino troppo lontano dall’obiettivo (o a farsi male, chiaramente) e lasciarlo fare.

Il mio approccio all’autoproduzione di cosmetici a casa è cambiato moltissimo negli ultimi anni, proprio perchè ho capito di non sapere nulla nemmeno dell’argomento in cui sono specializzata. Per questo motivo le formule che scrivo sono sempre in evoluzione: le testo, le provo per un po’ di tempo per essere sicura che siano come le volevo e che non siano pericolose, ma ciò non significa che siano perfette e che non possa cambiarle in futuro. O dovrei forse aspettare di sapere tutto lo scibile umano su qualunque ingrediente passato presente e futuro prima di permettermi di fare una formula mia? Ogni giorno scopro una cosa nuova, che questo ingrediente si sposa bene con quell’altro o che la dose di questo si può diminuire, e così via. Magari scopro che i tedeschi non hanno paura ad usare percentuali di olio che fanno inorridire noi italiani, oppure che gli inglesi usano degli attivi che non avevo mai sentito nominare prima. Sono loro nel torto o semplicemente non tutti percepiscono la performance di un cosmetico allo stesso modo? Una volta soddisfatti i requisiti minimi (che sono universali) perchè una crema stia in piedi, sia sicura e spalmabile, chi l’ha detto che a me non possa piacere con un certo tipo di oli anzichè un altro?

Quello che voglio dire alla fine di questo sproloquio è:

  • Se siete alle prime armi e state imparando, ovviamente studiate prima di cimentarvi. Seguite formule già collaudate che trovate su fonti affidabili e fatevi le basi di chimica che vi servono. Una volta che vi sentite “informati” e pronti per fare di testa vostra, chiedetevi sempre quali delle nozioni che avete imparato sono effettivamente regole della chimica (da cui non potete spostarvi) e quali sono invece legate alla percezione di un cosmetico, che per voi potrebbe essere diversa e quindi non comporterebbe un errore pericoloso nella formula.
  • Se siete formulatori casalinghi esperti o vi reputate tali, non perdete l’abitudine di mettervi in discussione. Dato che avete acquisito una conoscenza ampia dell’argomento, iniziate a guardarvi attorno e a cercare altri esperti come voi, magari provenienti da altri paesi. Non cedete all’ottusità di catalogare come sbagliato e ignorante tutto ciò che non segue il vostro dogma: nella maggior parte dei casi magari è sbagliato davvero, ma a volte non lo è. E se qualcuno vi chiede aiuto per buttarsi sulla prima formula, non mortificatelo in modo stizzito rimandandolo a settembre, ma perdete cinque minuti a spiegargli perchè la sua formula è sbagliata – oppure, se non si tratta di qualcosa di palesemente pericoloso o che non sta in piedi, lasciatelo fare e chiedetegli di valutare la performance finale della sua formula e come la cambierebbe. Dagli errori si impara sempre qualcosa di nuovo e vi assicuro che non è solo l’allievo ad imparare, ma il più delle volte anche l’insegnante.

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